La Boldrini ed il linguaggio

untitledSu IL TEMPO del 12 c.m. compare un articolo a firma della giornalista Sarina Biraghi che riportiamo integralmente con cui concordiamo e che ci consente di fare ulteriori considerazioni (a latere e non).

La Boldrini impartisce lezioni di grammatica e bon ton.

Il linguaggio è una scelta politica. Non può essere altrimenti per una femminista convinta come la presidente della Camera Laura Boldrini che ieri ha lanciato il vademecum della rete di giornaliste «Giulia» su grammatica e professioni femminili ad uso delle redazioni dei media e di chi si ostina a usare i termini al maschile. E sì, perché mentre aspettiamo, per quando non si sa, la riforma copernicana della p.a. e la soluzione per 2251 esuberi dell’Alitalia, da ieri, invece, sappiamo che gli italiani poveri in canna sono raddoppiati e che nel bilancio della Camera sono compresi i rimborsi di spese di ex deputati per un importo di 900.000 euro. Ecco, con questi chiari di luna, alla lotta per la parità di genere nel linguaggio preferiremmo quella contro sprechi e paradossi. Insomma un mestiere fatto da una donna va declinato al femminile, cacofonia a parte, per scelta politica altrimenti dice la Boldrini «c’è il rischio che le donne siano considerate comete che passeranno e tutto tornerà come prima, al maschile». Pardon, ma le donne, tutte, brilleranno sempre e, purtroppo, in un mondo maschilista, non è una questione di linguaggio e grammatica a spegnere la loro scia luminosa. Fin qui l’articolo della Sarina Biraghi: riteniamo che le considerazioni della Boldrini ormai non stupiscono più: semmai stupisce che non ancora giunga un sonoro sberleffo a questa signora che, in nome di un vetero femminismo, deceduto da ormai 30 anni, fa strame della grammatica, della sintassi e delle parole in nome del “politicamente corretto”.

Sin qui l’articolo della Biraghi. Noi pensiamo che proprio in nome del “politicamente corretto” la signora dovrebbe capire che il partito che l’ha “imposta” non esiste più e quindi farebbe bene a dimettersi per lasciare spazio a qualcun altro meno schierato. Ma, al di là di queste considerazioni che lasciano il tempo che trovano, vorremmo chiedere alla signora quale neologismo si potrebbe coniare per mestieri tipicamente femminili o quali traduzioni al femminile per altri mestieri tipicamente maschili che non siano quelli di prestigio: francamente dire “architetta” o “ingegnera” è piuttosto cacofonico. Intanto il prof Filippo Salvatore docente di Storia, Italiano, Filosofia, Storia dell’Arte nelle università canadesi del Québec in Canada ci raccontava che proprio nel Québec è stato proposto di lasciare il sostantivo al maschile ma di farlo precedere dall’articolo al femminile e sembra che questa proposta sia piuttosto condivisa. In attesa di dirimere la vexatio quaestio, ci auguriamo che le meningi della nostra femminista vengano ”spremute” per risolvere problemi ben più pressanti e degni di attenzione.

Elio Bitritto

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: