Millenovecentottanta. Gli albori della lenta agonia della Prima Repubblica

Giorgio Amendola (1907-1980)Pietro Nenni (1891-1980)Luigi Longo, a sinistra (1900-1980) con Enrico Berlinguer (1922-1984)Carlo Donat Cattin(1919-1991)Bettino Craxi (1934-2000)Arnaldo Forlani (classe 1925 - vivente)

Alla luce dei recenti gravissimi ed inverecondi accadimenti nel nostro Parlamento …….

[ Annali “proibiti” dell’Italia demo-pluto-catto-comunista ]

L’Italia non fu la stessa dopo il 1980. Non fu più la stessa dopo il corteo delle quarantamila persone che a Torino, il 14 ottobre, manifestarono contro il lunghissimo sciopero FIAT, reclamando il diritto di lavorare. L’anno resterà contrassegnato nella storia politica della nostra Nazione da tale ribellione agli eccessi del potere sindacale. Una svolta, però, con un grosso pericolo. Alla dimostrazione c’erano anche cartelli della “maggioranza silenziosa” che si rifaceva viva per proporre un tipo d’ordine già sperimentato dagli Italiani sulla propria pelle. Le Destre tentavano d’inserirsi nel malcontento. Il 1980 battè anche il record dell’assenteismo: il 41 per cento, all’Alfasud il 24 settembre, nel giorno di una partita internazionale di calcio trasmessa per TV. Altro record: l’inflazione raggiunse il 22 per cento, ufficialmente. Molto di più nella realtà, falcidiando il valore dei risparmi e delle pensioni, aumentando vertiginosamente il costo della vita, con l’incubo della svalutazione della lira sempre dietro l’angolo. Si accentuò, così, il distacco tra lotta politica dei partiti e situazione reale della Nazione. Gli Italiani non sembravano più divisi – nella realtà dei fatti – in democristiani, comunisti, socialisti e via dicendo. questa classificazione rischiava di diventare rituale. Molti continuavano a votare un partito per abitudine, per inerzia. Altri lo sceglievano come si fa il tifo per l’Inter o per la Juventus, non perché rispondeva alla propria collocazione nella società, ai cambiamenti che in essa erano avvenuti. Non si capiva – per esempio – perché artigiani e negozianti che guadagnavano decine di milioni al mese, o contadini di certe regioni agricole floride i quali avevano in banca enormi capitali, seguitavano a dichiararsi di sinistra. Il loro posto poteva benissimo essere tra i liberali. Contraddizioni di questo tipo, che pullulavano in tutti i partiti, non sfuggivano al senso critico di Giorgio Amendola (1), morto nel 1980. [Pietro Nenni (2) e Luigi Longo (3) erano le altre due personalità politiche scomparse nell’anno]. I partiti sembravano non rendersi pienamente conto delle crescenti anomalie della realtà italiana. Temevano, affrontandola e colpendo gli interessi corporativi e tutti gli evasori fiscali, di perdere voti. Si allargava così la spaccatura tra chi prosperava e chi subiva, cioè sempre i percettori di reddito di lavoro dipendente. Il pericolo maggiore era il diffondersi del malcontento, dell’anarco-sindacalismo, della sfiducia nel sistema democratico. Elementi – anche questi – che giocavano a favore dei nostalgici della restaurazione dello Stato forte, di uno Stato che (finalmente!) riscoprisse il mito della Nazione e tutelasse i diritti di tutti i cittadini. Come un marchio orribile, a contrassegnare il 1980, ci fu pure la strage alla stazione ferroviaria di Bologna, il 2 agosto, con i suoi 84 morti e 200 feriti. Uno spaventoso crimine di stampo anarco-nazi-stalinista con “venature” ……. mediorientali! Il terrorismo, rappresentato (in primis) dalle Brigate Rosse e sue articolazioni, imperversava ovunque. L’uccisione, il 28 maggio, del giornalista trentatreenne Walter Tobagi rappresentò l’episodio forse più crudele ed emblematico. La cattura degli assassini dimostrò che le Forze dell’Ordine non si arrendevano in quella lotta drammatica ed essenziale. Un’analisi, per quanto sommaria, dell’anno 1980 non può prescindere da uno schematico riassunto degli avvenimenti politici veri e propri. In febbraio, il 14° congresso DC (Democrazia Cristiana), in cui Flaminio Piccoli (1915-2000) subentrava a Benigno Zaccagnini (1912-1989) come Segretario del partito, approvò il cosiddetto “preambolo” ispirato prevalentemente da Donat Cattin (4). Esso escludeva una corresponsabilità di gestione governativa con il PCI (Partito Comunista Italiano) “per considerazioni di politica internazionale ed economica”. Si innescava rapidamente una crisi già minacciata dai comunisti (o PCI nel Governo o niente trattative) e serpeggiante attorno al primo Ministero presieduto da Francesco Cossiga [DC-PSDI-PLI] (5) formatosi – come tappa interlocutoria – dopo le elezioni anticipate del 1979. Il PSI (Partito Socialista Italiano) – deciso a vederci chiaro – toglieva la sua astensione determinante e il Governo cadeva, a metà marzo. Negli stessi giorni il comunista Alessandro Natta (6) dichiarava: «Con Piccoli non andiamo nemmeno a prendere un caffè». Il 4 aprile si formava il 2° Ministero Cossiga (DC-PSI-PRI). Sei anni dopo il centrosinistra i socialisti tornavano a governare. Ma ben presto appariva evidente che si trattava ancora di una fase di transizione, in attesa del voto regionale di giugno. Violentissimi i toni della campagna elettorale, anche per il caso del figlio di Donat Cattin (Marco), terrorista fuggito dopo l’avvertimento – ipotizzavano – i comunisti – dato da Francesco Cossiga al padre. Si rompeva del tutto anche l’asse Craxi-Berlinguer. Le elezioni regionali, politicizzate al massimo, avevano come vero vincitore il PSI. La DC retrocedeva rispetto alle politiche del 1979 ma guadagnava sulle precedenti amministrative. Il PCI conteneva le perdite previste: non riusciva comunque a inserirsi come elemento condizionante. Calava il suo peso anche nelle giunte locali. Enrico Berlinguer non desisteva, però, dall’obiettivo di far cadere il suo lontano cugino ……. Cossiga! Ci riusciva con la complicità di una trentina di franchi tiratori che il 27 settembre, dopo aver detto sì al decretone economico in uno scrutinio palese, faceva saltare il Governo con il voto segreto sullo stesso argomento. La caduta del Ministero coincideva con la minaccia di Berlinguer di appoggiare una eventuale occupazione della FIAT e con il ritiro dei licenziamenti da parte dell’azienda. Sembrava una svolta a sinistra, ma poco dopo veniva la marcia dei 40 mila a Torino. Il lavoro alla FIAT riprendeva con un accordo che i sindacati – forse un pò ottimisticamente – avevano definito senza vincitori né vinti. Quella che era sembrata la crisi più difficile si risolveva in una ventina di giorni. Arnaldo Forlani (7) formava il quadripartito DC-PSI-PSDI-PRI (più l’astensione del PLI), una maggioranza numerica di ferro contro le insidie dei franchi tiratori. Il PCI, dopo aver esaminato composizione e programma del Governo, si riservava una opposizione più articolata. Bettino Craxi (8) si rafforzava all’interno del PSI, aumentava la lotta agli aspetti massimalistici del PCI, estendeva la sua area d’azione laica (aborto e mano tesa ai radicali di Giacinto “Marco” Pannella in determinate battaglie civili e umanitarie). Di fronte all’aumentato peso contrattuale del leader socialista, la DC (a simiglianza del mitologico Sisifo) cercava di ritrovare l’accordo tattico fra le correnti in lotta. Nella DC tornarono a contare anche gli avversari del “preambolo”. Il 1980 segnò, insomma, un declino del disegno berlingueriano del “compromesso storico”, ma anche il fallimento di bloccare il PCI.

Aveva inizio (ahinoi!) e per decreto inappellabile della terribile Signora ……. Nèmesi, la lunghissima agonia della Prima Repubblica dell’Italico Stivale!

 

ANNOTAZIONI

(1) – Muore, a 73 anni, il 5 giugno 1980. “Regista” occulto, per mandato di Palmiro Togliatti, del vile attentato di via Rasella (Roma, 23 marzo 1944).

(2) – Muore, a 89 anni, il primo gennaio 1980. Fondatore nel 1919, in quel di Bologna, del primo Fascio di Combattimento!

(3) – Muore, ottantenne, il 16 ottobre 1980. Fu, secondo alcuni storici e la preziosissima testimonianza dell’ex partigiano Urbano Lazzaro (1924-2006), il vero uccisore di Benito Mussolini.

(4) – Muore, a 77 anni, il 18 marzo 1991.

(5) – Muore, a 82 anni, il 17 agosto 2010. Ottavo Presidente della Repubblica (1985-1992). Alcuni malevoli sostengono che il nostro soffrisse di velleità “bonapartiste”, forse a cagione del suo cognome che, in lingua sarda, vuol dire ……. CORSICA!

(6) – Muore, a 83 anni, il 23 maggio 2001. Penultimo Segretario Generale del PCI.

(7) – Classe 1925. Vivente.

(8) – Muore a 66 anni, il 19 gennaio 2000. Brillante e temerario leader del PSI dal 1976 al 1992. Due volte Presidente del Consiglio dei Ministri. Ebbe a dire, una volta, a Berlinguer: «Caro Enrico, non ho ragione di temere la tua piazza, almeno sino a quando avrò la maggioranza in questo Parlamento!».

Tiberio Occhionero