Il diritto alla serenità, anche per un …’terminale’

 

 Spes ultimaQuando di poter sperare non è più dato

 

Non ci sono foglie per noi
non c’è cielo per noi.
Eppure molto ancora ci è dato:

teneramente
abbracciarci nella camera al buio.
(E. Evtusenko)

 

Lo recita anche l’antico e umano dire: – Finchè c’è vita, c’è speranza!Spes ultima dea”, era una massima dei latini. Eppure la progredita, quanto talora prodigiosa, sapienza e conoscenza medica sembra averlo dimenticato. Presuntuosamente.

Oggi che a più livelli, individuali e sociali, si ragiona di “aspettativa di vita” assai accresciuta, è altrettanto manifesto che per taluni, anzi per molti, così non sia. Ti capita di saperlo d’improvviso. Il male ti assale (o ti ha preso, dentro) quando in età non te l’aspetti ed anzi pensi di avere ancora un percorso di vita ancora da con-chiudere. I figli ancora da crescere, o, se pur in quiescenza: il meritato godimento di un’età priva di pesi e preoccupazioni, lavorative e sociali, …i nipoti. Almeno questa è l’aspettativa naturale di chiunque. Si nasce, si vive, ci si sviluppa, ci si propone nel contesto famigliare e sociale, si produce ‘frutti’, poi s’invecchia… La decadenza fisica è inevitabile, quanto nota. Si cessa poi di vivere, certo, ma – uno crede e spera – …alla fine.

Difficile dire se “il cancro” sia da ritenersi veramente “il male del secolo”, passato e nuovo. Di certo, oggi letteralmente colpisce, e sgomenta più di un tempo, per la detta maggiore aspettativa di vita. La medicina, in tale campo, non si può negarlo, “ha fatto progressi”, si arriva a dire: “miracoli”. E, in effetti, molti, con le cure nuove e reagendo anche psichicamente al male, riescono a scampare da una morte subitanea oltre che per tutti ineluttabile. Per altri così non è. La scienza ha ancora e mostra i suoi limiti. Molti, a noi prossimi e vicini, in breve tempo e d’improvviso ci lasciano. Classificati nelle cure e nei trattamenti dei “terminali”: malati a termine breve e certo.

Eppure, mi vado chiedendo se da parte di un operatore alla …sanità, ad un paziente, seppur incurabile per quanto se ne sappia in conoscenza di farmaci e terapie, si possa freddamente affermare in modo diretto e brutale, laddove la “persona” non l’abbia esplicitamente richiesto:  “…del resto, lei …, ormai lei è al  tramonto”!

Insensibilità umana, poca attenzione deontologica, deformazione professionale, cinismo clinico… ? Difficile dirlo e azzardato nel caso singolo attribuirlo. E’ inaccettabile, peraltro, nei termini verbali sopra riferiti. Perché mai, al male che hai nel corpo, aggiungere questa ulteriore ferita psichica? Laddove la persona malata, con la sua storia e le sue legittime aspettative, seppure poco o niente razionalmente, voglia ancora sperare, sia pure illudersi, nell’efficacia delle terapie cui comunque viene sottoposto, perché deve sentirsi ricordare – da un sanitario, poi – di essere …comunque spacciato? Anche perché, per dirla tutta e anche questa: E’ Dio soltanto che vede e provvede! Per tutti.

 

GFP