La verità “proibita” sulla tragica fine di Giacomo Matteotti

Giacomo Matteotti (1885-1924)L’ottantesimo della morte (10 giugno di nove anni fa) di Giacomo Matteotti dette la stura ad un profluvio di convegni, di comizi, di commemorazioni, di comunicati, di discorsi, di celebrazioni. Si impone, quindi, oggi da parte nostra (in occasione dell’LXXXIX° anniversario) una doverosa puntualizzazione che forse non sarà serena al millesimo, ma certo neppure conformistica.

Matteotti deve la sua rinomanza esclusivamente al suo assassinio. Prima del 1924, anno in cui divenne Segretario del Partito Socialista Italiano, non era certo noto in campo nazionale, potendo vantare al suo attivo tre Legislature Parlamentari. La stessa ENCICLOPEDIA ITALIANA, nelle quaranta righe dedicate alla voce “Matteotti” nell’antifascistissima “APPENDICE 1938-1948”, parla genericamente della sua attività politica precedente l’anno della morte, rilevandone la militanza socialista e l’ardore antifascista. Il Nostro, nel 1915, all’inizio della Prima Guerra Mondiale era Consigliere provinciale a Rovigo. Poiché gli ospedali dipendevano appunto dalle Amministrazioni provinciali, Matteotti chiese semplicemente di negare il ricovero negli ospedali della provincia rodigina ai feriti di guerra. Che si arrangiassero altrove! Coerentemente a quanto sopra, nel novembre 1917, subito dopo Caporetto, quando il Re Vittorio Emanuele III fece il proclama del siate un Esercito solorivolto al Popolo italiano, Matteotti, ancora al Consiglio Provinciale di Rovigo, disse: «Ben vengano i soldati tedeschi. Li accoglieremo a braccia aperte!». Questo, rivolgendosi ai colleghi adunati per ascoltare il proclama del Sovrano e per riaffermare la volontà di contribuire alla lotta ad oltranza.

Alla vigilia, poi, della “Marcia su Roma, il 15 ottobre 1922, si svolsero le elezioni amministrative proprio in tutta la provincia di Rovigo. Popolari e socialisti presentarono lista unica nel capoluogo. Liste alternate in tutti gli altri comuni. Dove si presentavano i popolari, non si presentavano i socialisti, e viceversa. Ebbene, il Partito Nazionale Fascista vinse in sessanta comuni su sessantadue (tutti meno Ficarolo e Lendinara conquistati dal Partito Popolare). A Fratta Polesine (paese natale di Giacomo) si era presentato il Partito Socialista Italiano. Ebbe un voto, quello di Matteotti! Tutto il resto al Partito Nazionale Fascista.

Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti tenne alla Camera dei Deputati il suo ultimo discorso, che gli costò la vita: discorso altrettanto celebrato quanto poco letto. Pretese di denunciare la coartazione operata dai fascisti in occasione delle elezioni politiche, per favorire il cosiddetto “listone” che ottenne circa i due terzi dei voti. Venne ripetutamente interrotto e smentito, anche se coraggiosamente giunse al termine del suo duro discorso; dovendo proprio alla fine riconoscere che «i ricorsi non potevano essere documentati». Le sue accuse furono spesso generiche, perchè quando volle scendere ai fatti specifici venne clamorosamente smentito: lo stesso socialista Filippo Turati (1857-1932), durante una interruzione al suo discorso, ammise di essere stato protetto dai fascisti per comiziare! Gli Atti Parlamentari registrarono il discorso di Matteotti fra i più interrotti, per le dirette accuse contro la maggioranza, accuse che la maggioranza più volte sdegnosamente e clamorosamente respinse. In conseguenza di questo discorso, Matteotti meritava (agli occhi di alcuni sciagurati militanti del movimento mussoliniano) una “lezione”, che gli venne apprestata, quasi subito, da cinque squadristi: Amerigo Dùmini (1894-1967), Amleto Poveromo (1893-1953), Albino Volpi (1889-1939), Augusto Malacria e Giuseppe Viola concludendosi, dopo il rapimento avvenuto sul lungotevere Arnaldo da Brescia, con la tragica morte del Deputato socialista. Dùmimi rievocò, nel suo volume “DICIASSETTE COLPI”, la vicenda: risulta chiaro come gli squadristi non volessero la morte di Matteotti, che del resto non giovava, come non giovò, nè politicamente nè moralmente al Fascismo! L’assassinio, avvenuto il 10 giugno 1924, gettò infatti la Nazione intera e soprattutto il Partito Nazionale Fascista in una situazione di crisi gravissima, dalla quale sorse poi la secessione parlamentare dell’Aventino. Per quanto riguarda pretese, e mai provate perchè inesistenti, complicità di Benito Mussolini (1883-1945), basterà leggere il celeberrimo discorso del 3 gennaio 1925 per ammirare il coraggio e la lealtà, allorquando chiese alla Camera dei Deputati se vi fosse qualcuno che intendesse incriminarlo: e nessuno lo fece.

Il Fascismo ebbe il coraggio di andare fino in fondo, istruendo il processo che si celebrò a Chieti, chiudendosi, nel 1926, con la condanna degli imputati per omicidio preterintenzionale, contro la richiesta dell’accusa, di condanna per omicidio premeditato. I giurati concessero ai condannati la concausa per la provata condizione di tubercoloso di Matteotti.

Alla rinata democrazia del dopoguerra non bastò questo processo: in onta al principio giuridico del “non bis in idem“, fu ricelebrato il processo nel 1947. La Suprema Corte di Cassazione condannò gli imputati ancora in vita alla pena dell’ergastolo, poi commutata in trent’anni, abbreviati successivamente, per omicidio premeditato.

La tesi del «delitto di Stato» non regge ad un accurato esame storico e diremmo anche psicologico dei maggiori gerarchi del Fascismo. Matteotti fu preterintenzionalmente ucciso da un gruppetto di fanatici, che vennero isolati e condannati dallo stesso Regime mussoliniano, al quale procurarono solo danno.

Giacomo Matteotti (1885-1924) non era una grande figura, nè un personaggio politico di spicco: solo la retorica e l’antifascismo di maniera hanno saputo e potuto crearne un mito e circondarne il nome di un’aura di mistica celebrazione. L’unico grande atto della sua vita fu la sua morte: prima della quale non aveva alcun titolo per ottenere non le quaranta, ma neppure dieci righe dell’ENCICLOPEDIA ITALIANA.

Tiberio Occhionero

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