La verità sulla “Brigata Majella”

Domenico Troilo (1922-2007)Ettore Troilo (1898-1974)Chieti – fine 1943.   Il 18 dicembre di quell’anno (si era in piena Seconda Guerra Mondiale) venne pubblicato un manifesto, da parte del Comando Piazza della Wehrmacht, con il quale si ordinava a tutti gli sfollati delle altre province rifugiatisi a Chieti di lasciare la città. La notizia suscitò una ondata di panico poiché tutti pensarono, ovviamente, che uguale sorte sarebbe ben presto toccata anche alla popolazione stabile della città. Fu allora che le Autorità italiane e l’Arcivescovo Giuseppe Venturi, tentarono l’impossibile per scongiurare una simile eventualità. Il Podestà fascista Alberto Gasbarri cominciò a svolgere la sua azione principalmente presso il Comando tedesco, agli ordini del maggiore Hans Fuchs, mentre il prelato, attraverso la Santa Sede, riuscì a perorare la causa della città presso lo stesso Feld-Maresciallo Albert Kesserling. Mentre però erano in corso le affannose trattative, il 27 gennaio 1944 venne ordinato lo sgombero della città. L’evacuazione avrebbe dovuto compiersi in trenta giorni. Chieti venne ripartita in 30 sezioni, ciascuna sfollata in 24 ore a partire dal 7 febbraio. Ma proprio quando ogni speranza sembrava perduta, l’opera delle Autorità italiane e di quelle ecclesiastiche dette i suoi frutti. I tedeschi dettero prova (in questo caso) di umanità e di comprensione, rinunciando a sfruttare le grandi possibilità tattiche offerte dalla posizione dominante di Chieti e revocarono l’ordine di sgombero, dichiarando che non avrebbero difeso la città né vi avrebbero mantenuto truppe. Chieti divenne così virtualmente “città aperta” e fu salva. Furono così salvi anche gli sfollati delle altre province: benchè l’ordine di “non sfollamento” riguardasse infatti solo i cittadini residenti nel comune di Chieti, il maggiore Fuchs rilasciò certificati di residenza (una speciale tessera color verde) con tanta larghezza che Chieti si trovò ad ospitare una popolazione “ufficiale” enormemente superiore a quella effettiva. Quando i tedeschi evacuarono Chieti, tutti gli abitanti della città, antifascisti compresi, si quotarono per offrire al maggior Fuchs, in segno di riconoscenza, un orologio d’oro!    Molto più drammatica si profilò invece, nello stesso periodo, la situazione dei paesi a sud della Majella già colpiti dagli ordini di evacuazione e, per giunta, ormai sulla linea del fronte. L’inverno durissimo colse gran parte di quelle popolazioni rifugiate alla meglio nelle masserie e nelle grotte della montagna, mentre i soldati tedeschi ridotti a poche pattuglie isolate che mantenevano lunghi tratti di fronte, compivano razzie, scorrerie e distruggevano sistematicamente gli abitati. Anche in queste zone si verificarono casi di ribellione da parte dei civili e durissime rappresaglie tedesche. Valga per tutti l’episodio di Torricella Peligna dove i tedeschi, in seguito alla reazione di due contadini, che durante una razzia avevano sparato sui soldati germanici, rastrellarono quaranta persone, in maggioranza donne e bambini, e li rinchiusero in una stanza. Mentre gli sventurati si chiedevano con angoscia quale fosse la loro sorte i soldati tedeschi presero a lanciare nell’interno della stanza, attraverso le finestre, numerose bombe a mano compiendo una vera strage: si salvò soltanto una bambina di pochi anni protetta dal corpo della madre. Fu in questo clima di tragedia, con i soldati britannici incredibilmente fermi a pochi chilometri di distanza, che nacque la “Brigata Majella.      Si è scritto molto su questa formazione che, ancora oggi, viene fatta passare come una delle prime bande partigiane d’Italia. In realtà la “Brigata Majella” nacque senza alcun colore politico e riunì inizialmente tutti gli uomini validi che si trovavano nei pressi di Taranta Peligna, Lama dei Peligni, Torricella Peligna, Pizzoferrato, Fonterossi, Civitaluparella, e degli altri centri della zona, ufficialmente ancora in mano ai tedeschi, ma praticamente controllata solo da alcune pattuglie. E nacque con lo scopo fondamentale di difendere le case dalla distruzione, le famiglie dalle scorrerie di alcuni soldati germanici che si comportavano come briganti e salvare così quanto restava fino al sopraggiungere delle truppe anglo-americane e alla cessazione dei combattimenti. Il gruppo raccolse inizialmente circa centocinquanta uomini che, per prima cosa, si recarono, attraverso le linee, al comando inglese di Casoli, a chiedere che alcuni soldati britannici fossero inviati a presidiare i loro paesi. Ma gli inglesi risposero che non avevano alcun interesse a distaccare degli uomini in zone ancora battute dai tedeschi e di nessuna importanza strategica per loro. Andarono allora anche i parroci, ma tutto fu inutile. Di fronte a questo rifiuto gli uomini chiesero di essere armati: avrebbero provveduto così essi stessi a difendere le loro case. Dopo molte incertezze, l’idea venne accettata dal comando inglese che distribuì delle armi ai volontari dopo aver fatto sottoscrivere loro un documento nel quale si impegnavano ad usarle solo per “liberare” i loro rispettivi paesi. Alla guida militare del gruppo, che riconosceva il suo capo nell’avvocato Ettore Troilo (1), venne posto il maggiore inglese Lionel Wigram, con un subalterno. La prima azione venne condotta felicemente verso la metà del gennaio 1944 a Lama dei Peligni, poi il gruppo mosse su Pizzoferrato ma qui venne respinto dai tedeschi che uccisero, tra l’altro, il maggiore Wigram. Il gruppo venne allora richiamato a Casoli: riorganizzato e affiancato da un plotone di paracadutisti della “Nembo”, ritornò in azione a Lama, Taranta, Torricella, Fallascoso e di nuovo a Pizzoferrato. A mano a mano che un paese veniva occupato gli uomini residenti sul posto vi si fermavano a presidio, mentre le file del gruppo si ingrossavano con l’arrivo di altri civili volontari e soldati sbandati. In quel periodo l’avvocato Troilo venne chiamato a Bari e nacque così ufficialmente la “Brigata Majella”, che venne riconosciuta formazione paramilitare e posta amministrativamente alle dipendenze della 208° Divisione di Fanteria, della quale costituì l’unico reparto combattente. La “Brigata Majella” (2) continuò a combattere in linea con le truppe e risalì la penisola fino al termine del conflitto. Ebbe in tutto 56 caduti, 19 feriti e 151 prigionieri.

 

ANNOTAZIONI /

(*) Il capoluogo teatino era, all’epoca, ancora formalmente sotto la giurisdizione della Repubblica Sociale Italiana (fondata da Benito Mussolini il 18 settembre 1943). Dal punto di vista militare, però, il potere era totalmente nelle mani delle Forze Armate del Terzo Reich! Le Autorità della R.S.I. e gli alleati germanici abbandonarono Chieti alle ore 16,00 dell’8 giugno 1944.

(1) Nacque il 10 aprile 1898 a Torricella Peligna. Laureatosi in Giurisprudenza nel 1922, frequentò prima lo studio forense di Filippo Turati poi fece parte della segreteria particolare di Giacomo Matteotti, fino alla tragica morte del deputato socialista (10 giugno 1924). Brillante avvocato civilista, esercitò a Roma sino al settembre 1943, allorché venne “coinvolto” nei drammatici avvenimenti susseguitisi dalla data dell’armistizio alla Liberazione. Ferito gravemente il 26 giugno 1944, otteneva una onorificenza dal Governo polacco in esilio (“La Croce dei Valorosi”). Eletto nel 1946, a guerra finita, primo Prefetto di Milano, fu costretto a dimettersi mesi dopo per contrasti con l’allora Ministro degli Interni Mario Scelba. Riprese, quindi, l’attività forense nell’Urbe dove si sarebbe spento il 5 giugno 1974.

(2) Il 21 aprile 1945 la “Brigata”, fondata (ufficiosamente) a Casoli il 5 dicembre 1943 e guidata dal Tenente Colonnello Ettore Troilo, fu la prima formazione partigiana ad entrare in Bologna. È doveroso menzionare, infine, un altro Troilo, Domenico, originario di Gessopalena e Vicecomandante della “Majella” al fianco del mitico Ettore. È venuto a mancare (ospedale “Renzetti” di Lanciano) l’undici marzo 2007 all’età di 84 anni.

L’autore di queste note ricorda di aver conosciuto (anni 1974-75), in quel di Gessopalena, alcuni lontani parenti di Domenico.

Tiberio Occhionero