Nel sesto anniversario della scomparsa di Mario Tanassi. Statista molisano, figlio illustre della Ururi arbëreshe

Mario Tanassi (sinistra) e Tiberio OcchioneroROMA (Novembre 2001) / Rompe il silenzio, dopo un quarto di secolo, uno dei grandi protagonisti della Prima Repubblica Italiana. Incontriamo Mario Tanassi (nato ad Ururi il 17 marzo 1916) nella sua bellissima casa romana ai Parioli. Sposato con la signora Enrica Pappalardo (originaria di Messina), una donna straordinaria e piena di verve. Tre figlie e sei bellissimi nipoti. Ci accoglie con molta cordialità e un pizzico di commozione dovuta, forse, alle nostre comuni origini ururesi. Laureato in Scienze Politiche, partecipa alla Resistenza nelle formazioni socialiste. Militante del PSIUP, aderisce alla scissione di Palazzo Barberini del gennaio 1947 entrando a far parte del PSLI (poi PSDI). Vicesegretrario del partito nel 1950 e Segretario nel 1963, dopo la nomina di Giuseppe Saragat a Ministro degli Esteri, viene eletto alla Camera dei Deputati nello stesso anno. Cosegretario, insieme a Francesco De Martino del Partito Socialista Italiano Unificato nato dalla fusione di PSI e PSDI (1966-1969), torna a militare nel PSDI dopo la fine di quell’esperimento. Ministro dell’Industria nel primo Governo Rumor (dicembre 1968-agosto 1969), della Difesa nel terzo Governo Rumor (marzo-agosto 1970), della Difesa nel Governo Colombo (agosto 1970-febbraio 1972), Vicepresidente del Consiglio dei Ministri nel secondo Governo Andreotti (giugno 1972-luglio 1973), Ministro della Difesa nel quarto Governo Rumor (luglio 1973-marzo 1974) e Ministro delle Finanze nel quinto Governo Rumor (marzo-novembre 1974), torna a occupare la segreteria del partito nel gennaio-giugno 1972, poi passa alla presidenza dello stesso, e di nuovo alla carica di Segretario nel 1975-76. Si disimpegna dall’agone politico, definitivamente, nel marzo 1976.

Presidente Tanassi, nell’immaginario collettivo il Suo nome è stato associato per anni a quello del fondatore della Socialdemocrazia italiana. Quando incontrò Saragat per la prima volta?

«Fu nell’aprile 1946. Lo ricordo incorniciato nel vano di una porta alla sede del partito con il basco in testa e con indosso un vestito marrone. Mi presentai, ma dubito che abbia memorizzato il mio nome o afferrato le ragioni per le quali mi trovavo al partito. Rientravo giusto allora dall’Africa, dopo dieci anni di assenza».

Dall’Africa?

«Eh, sì! Io, figlio di un avvocato socialista che fu sindaco di Ururi nei primi anni del secolo scorso e che in seguito (per le sue idee politiche) ebbe parecchie noie con il regime fascista, dovetti emigrare in Eritrea alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Mi avevano indotto la necessità di provvedere alla famiglia, vittima di un tracollo in cui le cause economiche si mescolavano con quelle politiche, e una certa aria di sospetti cui ero fatto segno in Patria per non taciute adesioni alle idee di mio padre. Avevo dovuto interrompere gli studi e cercarmi un lavoro. Mi impiegai all’Ottavo Centro Automobilistico Eritreo. La cosa fece impressione ad Ururi: era inconcepibile che il rampollo di una famiglia che era stata titolare di uno dei più grandi latifondi del Molise non solo fosse socialista come suo padre, ma dovesse per giunta guadagnarsi da vivere. Allo scoppio della guerra in terra africana non mi valsi della mia condizione di mobilitato civile e chiesi di arruolarmi. C’era un piccolo calcolo politico nella mia decisione: pensavo che alla fine del conflitto, sul cui esito non avevo dubbi, i socialisti non dovevano ripetere nei confronti dei reduci la dolorosa esperienza del Primo Dopoguerra. Venni fatto prigioniero e fuggii, ripresi a lavorare dedicandomi alle attività più strane (organizzai una azienda di autotrasporti, la produzione e il commercio del burro vegetale), mi sposai, riscoprii il gusto per la politica. Nel CLN eritreo, nato dopo il 25 luglio 1943 sul paradigma di quello attivo in Italia, rappresentai il PSIUP».

Ecco, ci parli delle Sue prime esperienze politiche.

«Fu proprio come delegato dei socialisti della ex colonia italiana che io ritornai in Patria per partecipare verso la metà del 1946 al congresso del partito a Firenze. Vi giunsi che i lavori erano conclusi da due giorni».

Poi arrivò il 13 gennaio 1947! Che ricordi ha di quella memorabile giornata?

«Ovviamente presi parte alla scissione del partito socialista a Palazzo Barberini, vissi le inquietudini e i tormenti della pattuglia dei “giovani turchi” di Iniziativa Socialista, ma no fui un saragattiano ortodosso. Anzi, fui tra quelli che, in disaccordo con il leader, dopo le elezioni del 1948, diedero vita al PSU, il movimento ispirato da Giuseppe Romita. Quando il partito si riunificò, dopo il congresso di Torino del 1950, mi trovai come Vicesegretario del PSDI, di cui Saragat era leader incontrastato. Cominciò così l’eperienza fondamentale, la più esaltante della mia milizia politica, quella che mi consentì per cinque lustri di essere al fianco di un uomo che per la statura morale, la profondità della dottrina, la visione dei problemi visse da protagonista le vicende dell’Italia».

Vuole forse dire che i Suoi rapporti con Saragat andavano oltre quelli configurabili tra un maestro e un allievo?

«Sì. Ci fu un lungo periodo in cui le nostre personalità si completarono a vicenda. Egli era la mente ed io il braccio. Ricordo ancora le sofferenze, i travagli, le pene dell’allievo impegnato a dare una dimensione organizzativa ai disegni politici di Saragat, alla sua visione immancabilmente universale dei problemi, alle sue audaci e talvolta estrose sortite. Non era un mistero la scarsa attitudine, per non dire l’avversione, di Saragat per i problemi burocratici (tesseramento, proselitismo, organizzazione delle sezioni). Era, la sua, l’incapacità costituzionale degli uomini politici di formazione intellettuale a lasciarsi investire da questo tipo di necessità, c’era sempre in lui una sorta di irritato stupore di fronte alle esigenze di ordine pratico».

Dicembre 1964: Giuseppe Saragat quinto Presidente della Repubblica Italiana. È vero che furono determinanti, per quella elezione, i voti del PCI?

«Ricordo che, all’indomani delle sofferte e drammatiche dimissioni di Antonio Segni, si presentò uno spinoso problema per i vari leaders della Sinistra socialista: impedire a tutti i costi che al Quirinale si insediasse un altro democristiano. Così, non appena sortì fuori la candidatura del Capo della Socialdemocrazia, io iniziai subito a contattare gli ambienti politici (esclusi i missini) disposti a darci una mano. L’esito fu positivo. Ad onor del vero, solo i comunisti ebbero l’impudenza, inzialmente, di avanzare una balzana pretesa: il PSDI, se voleva i loro voti, doveva rilasciare una sorta di quietanza scritta! Saragat, stranamente d’accordo con il diktat di Luigi Longo, mi suggeriva di agire in quel senso. Io nicchiai. Ebbi il coraggio di oppormi caparbiamente».

Presidente, però le Botteghe Oscure nel 1966 presentarono all’incasso una scottante cambiale. Ci riferiamo alla grazia che il Presidente Saragat concesse a Francesco Moranino, un ex comandate partigiano comunista condannato in contumacia (da un tribunale antifascista!) per aver commesso crimini atroci nei confronti sia di appartenenti alla Repubblica Sociale Italiana sia di altri partigiani non comunisti. Qual’è la Sua opinione?

«No comment».

Marzo 1978: agguato di via Fani. Secondo Lei, Aldo Moro fu solo vittima delle Brigate Rosse o anche di certe schegge impazzite del mondo politico italiano?

«La mia opinione è che l’insigne Statista pugliese fu vittima della sola barbarie marx-leninista targata BR. La mattina del 16 marzo di quell’anno si stava recando in Parlamento a dare man forte al nascente Governo delle “Astensioni” di Giulio Andreotti, una compagine suffragata (per la prima volta) dall’appoggio esterno del PCI di Enrico Berlinguer. Moro credeva sinceramente nella ineluttabilità del famoso compromesso storico. Le BR, però, tentarono di stroncare sul nascere quel tentativo».

Il 28 ottobre 2002 cade l’ottantesimo anniversario della famosa “Marcia su Roma”. A proposito, Presidente Tanassi, nella nostra Ururi alcuni anziani ricordano che Suo padre, l’avvocato Vincenzo, nel 1921 cercò invano di ottenere l’iscrizione ai Fasci di Campobasso. Cosa c’è di vero?

«Si tratta, come usa dire oggi, di una leggenda metropolitana. Comunque desidero fare chiarezza una volta per tutte. Le cose andarono così. Mio padre, fondatore del Socialismo molisano, conosceva molti esponenti del movimento politico facente capo a Filippo Turati. Alcuni nomi: Leonida Bissolati, Anna Kulishov, Emanuele Modigliani, Giacomo Matteotti, Angelica Balabanov, Giacinto Menotti Serrati, Claudio Treeves, Pietro Nenni ecc. Si dà il caso che fosse anche amico di un giovane e vulcanico socialista rispondente al nome di Benito Mussolini. Debbo precisare, però, che il sodalizio amicale tra i due durò solo per tutta la parentesi socialista del futuro Duce. Ecco un curioso episodio che sentii raccontare, in famiglia, quando ero piccolo. Un giorno mio padre capita a Savona per un convegno di studi forensi. Ad un tratto, mentre cammina spedito, urta accidentalmente un passante: ma sì è proprio lui, Mussolini in forza ad un reggimento di bersaglieri! Non si vedono da parecchio. Il tempo è tiranno, così decidono di andare in una trattoria. Ordinano subito vino e del castagnaccio. Discorsi-fiume, rimpatriate, pacche sulle spalle. Arriva il conto. Sono settanta centesimi in tutto“, dice la locandiera. Vedo che i prezzi corrono più dei tramvai, signorarisponde Mussolini e aggiunge: “vuol dire che la prossima volta il castagnaccio ce lo farà soltanto annusare!” ».

Presidente, menzionando i numerosi amici di Suo padre, Lei cita anche Nenni. Secondo alcuni storici egli nutrì, per anni, un amore-odio verso l’uomo di Predappio. Ancora. Giorgio Almirante sostenne nel 1972, in una drammatica seduta parlamentare,  che il Nostro fosse stato uno dei fondatori del Fascismo bolognese! Insomma, che tipo era il romagnolo faentino Nenni?

«Il destino ha sempre voluto riservare a Pietro Nenni un ruolo di personaggio secondario, destinato a passare in prima fila soltanto quando i protagonisti lo consentivano. Interventista, fascista, egli fu il primo romagnolo proveniente dalle file del socialismo cui si applicò l’appellativo di “Duce”. IL GIORNALE DEL MATTINO, quotidiano agrario di Bologna da lui diretto, pubblicò, infatti, il 28 luglio 1918 la seguente notizia: “Il Duce Nenni parte per il fronte“. “Pietro Nenni“, informava IL GIORNALE DEL MATTINO, si congeda da noi temporaneamente. Tornerà e sarà il nostro Duce“. Infatti, Pietro Nenni tornò: giusto in tempo per fondare il Fascio di Bologna e per difendere gli squadristi mussoliniani accusati di aver distrutto le redazioni dei giornali avversari. Articoli avversari apparsi in seguito sulla stampa fascista testimoniarono il ruolo di fedele collaboratore ricoperto da Pietro Nenni, nei confronti del Fascismo, nel 1919. Quando gli squadristi mussoliniani milanesi incendiarono la redazione dell’AVANTI! (15 aprila 1919), IL GIORNALE DEL MATTINO di Bologna, direttore Pietro Nenni, li difese con grande energia. Le autorità non furono dello stesso parere, e il 20 aprile 1919 il Comando del Corpo d’Armata di Bologna proibì ai militari in servizio attivo di far parte del Fascio. Allora Nenni scrisse sul GIORNALE DEL MATTINO: “Il nostro era un bivacco di gente onesta; c’erano i più bei petti dell’esercito, c’era gente sana di mente e di fegato decisa a non tollerare provocazioni, ma anche a non farne“. “Comunque“, concludeva l’articolo, “il Fascio non morirà!”. Nenni fu, in ultima analisi, fascista fino al 1920. Quell’anno, in seguito a divergenze sorte tra lui e gli esponenti del Fascismo emiliano, passò nelle file del Socialismo. Il suo primo incontro con Mussolini avvenne in Svizzera, nel 1923, quando il suo antico compagno di lotte rivoluzionarie era diventato Capo del Governo italiano. Quando, nel 1943, Pietro Nenni venne arrestato dai tedeschi in Francia, Benito Mussolini intervenne evitandogli la deportazione in Germania e salvandogli la vita. È doveroso ricordare, a questo punto, che un destino ben diverso attendeva, invece, la sua figlia terzogenita. Luciana, infatti, arrestata durante la guerra con il marito dalla “Gestapo”, non volle valersi della cittadinanza italiana: inviata in un campo di concentramento nazista vi trovò la morte».

Sandro Pertini (approdato alla Presidenza della Repubblica nel 1978), un altro esponente di spicco del Socialismo italiano e della Resistenza. Un rapporto, inviato il 13 giugno 1945 da Sir Noel Charles a Winston Churchill, rivela che quando Mussolini andò in arcivescovado per trattare la resa, i rappresentanti del CLN (il generale Raffaele Cadorna, Achille Marazza e Riccardo Lombardi) volevano consegnarlo agli Alleati. Ma Pertini si oppose. Chiese un processo immediato che si sarebbe concluso con una condanna a morte. Solo allora il Capo della Repubblica Sociale Italiana decise di tentare una ultima disperata resistenza in Valtellina con i suoi fedelissimi o (secondo altri) di fuggire in territorio svizzero. La Sua opinione in merito?

«No comment. Per me Sandro Pertini rimane una pietra miliare del nostro Stato repubblicano nato dalla strenua lotta all’asservimento nazifascista!».

Passiamo a Giovanni Leone.

«Fu un uomo probo e un grandissimo giurista, vittima della degradazione della competizione politica. La sua vicenda è stata un ammonimento premonitore di un fenomeno che si verificò in seguito e che ancora oggi lascia strascichi. Giovanni Leone sperimentò in anticipo quella pagina triste della nostra storia recente fatta di calunnie, attacchi personali, campagne di stampa e vicende giudiziarie che ha per lungo tempo ammorbato la nostra aria politica. Desidero, inoltre, ricordare come, dopo il suo impegno e la sua dedizione per il bene della Nazione, abbia conosciuto le amarezze e le ingiustizie più gravi».

Presidente Tanassi, un Suo giudizio sull’attentato di Via Rasella a Roma (23 marzo 1944). Lei ebbe modo di presenziare più volte, in qualità di Ministro della Difesa, alle cerimonie in memoria delle vittime della strage nazista delle Fosse Ardeatine.

«È lapalissiano che, a provocare la terribile rappresaglia delle “SS” del colonnello Herbert Kappler, fu il comportamento vile dei partigiani comunisti romani (Franco Calamandrei, Rosario Bentivegna, Carla Capponi, Alfio Marchini e Carlo Salinari). E questo per quattro motivi. Primo motivo: i gappisti dell’Urbe (“magistralmente” diretti dal gerarca comunista Giorgio Amendola) sapevano che l’attentato sarebbe stato completamente nullo dal punto di vista militare. Secondo: sapevano che all’attentato sarebbe seguita una rappresaglia. Terzo: sapevano che le vittime della rappresaglia sarebbero state scelte, come era logico, e prima di tutto, tra gli antifascisti prigionieri delle polizie italo-tedesche. Quarto ed ultimo motivo: sapevano che almeno centotrenta tra ufficiali del Centro Militare Clandestino e uomini del Partito d’Azione si trovavano in mano avversaria. Insomma il fior fiore dell’Antifascismo non comunista della Capitale. La rappresaglia non avrebbe avuto luogo se gli attentatori, in base ai bandi emanati dal Comando Germanico, si fossero costituiti nelle ventiquattro ore successive all’atto terroristico». 

Tiberio Occhionero